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L'Automobilismo Storico '90

Nei primi anni del decennio, il "movimento" culturale e sportivo legato all'automobilismo d'epoca si era trasformato in un autentico fenomeno sociale ed economico.
L'interesse per questi veicoli si era blandamente manifestato a metà degli anni Sessanta, seppur limitato al puro collezionismo di vetture d'anteguerra.
Alla fine degli anni Settanta, dopo il periodo della crisi petrolifera, furono organizzate le prime manifestazioni, principalmente raduni, in ambiti ristretti di partecipazione e pubblico.
Il successo delle prime iniziative con elementi agonistici dell’inizio degli anni Ottanta, in particolar modo la Mille Miglia, fece sbocciare un'autentica passione per le auto storiche in tutta Italia.
La passione divenne presto frenesia, creando un indotto economico di primo piano: nel 1992 si potevano contare circa duecento manifestazioni l’anno con una nutrita partecipazione di vetture e di pubblico lungo tutta la penisola.
Il successo di partecipazione e gradimento determinò una selezione qualitativa sia da parte degli organizzatori che da parte dei concorrenti.
Avendo compreso le elevate possibilità di ritorno d’immagine dell'automobilismo storico, molte aziende, in particolar modo le case automobilistiche, optarono per una partecipazione diretta alle manifestazioni anziché limitarsi alle consuete sponsorizzazioni.
Case come Mercedes-Benz o BMW iniziarono ad affidare vetture dei loro musei ai regolaristi più affermati.
La partecipazione alle manifestazioni più importanti comportava lunghe trasferte e la necessità di trasportare ed assistere le vetture a centinaia di chilometri dalla residenza dei piloti.
Valutando in termini di prestigio vittorie e piazzamenti, furono costituite scuderie o squadre corse, caratterizzate dall'immagine di quelle aziende che ritenevano produttiva la correlazione d'immagine con un pubblico sufficientemente ampio ma, soprattutto di target elevato.
Ciò comportò, per alcuni equipaggi, una sorta di passaggio dal dilettantismo più puro ad una sorta di professionismo.
Stimolati e sostenuti dalle scuderie, in grado di fornire i mezzi tecnici e, più raramente, economici per allenamenti ed assistenza in gara, molti piloti compirono un salto di qualità che portò ad uno stravolgimento delle classifiche.
Per fare un esempio: nel 1989 l’equipaggio Valseriati-Favero trionfava alla Mille Miglia – infliggendo pesanti distacchi ai rivali – con una media di errore a prova di circa due decimi e mezzo di secondo. Una media considerata ottima, che oggi non varrebbe il cinquantesimo posto.
Nel 1992, Cané-Galliani vincevano la stessa gara “girando” ad una media più che dimezzata, di circa un decimo, incalzati dagli avversari.
In tre anni tutto era cambiato, grazie ad una maggior preparazione e, soprattutto, all’utilizzo di sistemi di cronometraggio più sofisticati. Molte gare erano decise dai tempi ottenuti nei C.O., i “controlli orari” i cui risultati dipendevano più dall’abilità di sincronizzazione dei cronometri da parte dei navigatori che di quella di guida dei piloti.
Gli equipaggi bresciani, notoriamente tra i più appassionati, competitivi e determinati, si trovarono spiazzati. La preparazione delle gare, in quegli anni, era approssimativa. Nessuno possedeva gli strumenti necessari agli allenamenti, pressostati e cronometri con stampante e tutti utilizzavano normalissimi cronometri, spesso meccanici.
Quando i bresciani compresero che gli avversari erano più preparati ed utilizzavano apparecchiature più sofisticate, avvertirono l'esigenza di combattere ad armi pari contro avversari che li superavano solo nella disponibilità di mezzi di supporto.
Fu in quegli anni che divampò una violenta polemica sulla “legalità” di alcuni strumenti, i cosiddetti orologi “multifunzione”. Regolamenti lacunosi non chiarivano se tali apparecchi potevano o meno essere utilizzati in gara.
Nelle gare si sprecavano i ricorsi ai collegi dei commissari e, obbiettivamente, l’ambiente fu sottoposto a forti tensioni.
Tra i bresciani si fece quindi largo la convinzione che per continuare ad essere competitivi fosse indispensabile una struttura in grado di organizzare e supportare l’attività agonistica dei regolaristi bresciani.

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